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La leggenda dell’isola di San Sebastiano

La sposa di Isili - Sa Piscina de sa Sposa Isili - Leggende Sarde - Babajola

Tempo di lettura: 3 minuti

Ci troviamo a Isili, nel cuore del Sarcidano, una regione della Sardegna che si estende tra il Campidano e la Barbagia. Qui sorge la chiesa di San Sebastiano, un piccolo santuario arroccato su un isolotto di falesia che domina l’omonimo bacino lacustre.

Proprio a causa della sua posizione isolata e difficile da raggiungere, questo luogo è diventato, nel corso del tempo, la meta esclusiva per le famiglie più facoltose, desiderose di celebrare matrimoni dal prestigio inarrivabile. È qui, lontano dagli sguardi dei più, che si consuma una vicenda così drammatica, che si è fatta leggenda. Ve la raccontiamo con le parole della nostra Ajaja, pronti a immergervi nella lettura?

L’isola dei Matrimoni

I preparativi per le nozze di Efisio e Ignazia avevano il sapore fastoso delle cose destinate a sfidare il tempo, o a farsi polvere nel modo più teatrale. Non vi era lignaggio nel circondario che potesse competere con la ricchezza dei loro casati. Per settimane, le dimore padronali di Isili erano state un sommesso e febbrile crocevia di sarti, tessitori e serve dai gesti misurati.

Ignazia, creatura d’una bellezza algida ed elegante, quasi statuaria, era stata rivestita di broccati di seta, i suoi capelli, d’un nero corvino, erano trattenuti da filigrane d’oro capaci di catturare la luce persino nell’ombra delle stanze più austere.
​Efisio l’attendeva fiero, incarnazione di una giovinezza aristocratica che non ammetteva repliche, cinto da velluti cupi e scuri che esaltavano il pallore nobile del volto.


​Il palcoscenico per il loro trionfo non poteva che essere la suggestiva chiesa di San Sebastiano, arroccata come un nido d’aquila sul ciglio della vertigine, lambita dalle acque sottostanti. Un luogo d’elezione esclusivo, precluso al popolo minuto: per raggiungerlo e celebrarvi la festa occorrevano mezzi e sostanze che solo i pochi eletti possedevano. La scalata alla chiesa non era un semplice percorso, ma una sfilata di superbia e splendore.

Il rito sacro si era consumato con l’eleganza geometrica dei cerimoniali d’altri tempi. Sul sagrato, la festa era un affresco vivente: cavalieri dalle posture impeccabili e dame dai portamenti flessuosi si muovevano tra calici d’argento e i loro gioielli di squisita fattura sarda che scintillavano sotto il sole pomeridiano. La sorte, tuttavia, tesseva la sua trama nell’ombra, proprio mentre l’ebbrezza toccava il suo apice.


​L’incanto teatrale si spezzò senza preavviso. Dalla macchia mediterranea irruppe una figura che sembrava scaturita dall’abisso stesso: Elias, un giovane dal volto segnato dal fango e dal rancore, lo sguardo acceso da una follia lucida e disperata. Non portava ori, ma il peso intollerabile di una promessa infranta.

Sa Piscina de sa Sposa


​«MIA! Ignazia era mia prima che l’oro comprasse il suo destino!»
​Il grido di Elias squarciò la melodia dei chiacchiericci fra i brindisi. Con la ferocia cieca di chi non ha più nulla da perdere, il giovane si scagliò contro lo sposo. Non vi fu tempo per le spade, né per la reazione della scorta. Elias cinse Efisio in un abbraccio mortale e brutale, trascinandolo con la forza della disperazione verso l’orlo della rupe. Quel tragico momento cristallizzò i presenti in un’immobilità da bassorilievo. Ignazia, vedendo il proprio mondo scivolare verso il baratro, scelse l’impeto della passione. Con un grido lacerante, si lanciò in avanti, le dita protese nel disperato tentativo di afferrare le vesti del suo sposo, di strapparlo alle mani artigliate del rivale. Ma il vuoto richiese il suo tributo.

In un groviglio di sete bianche, e velluti neri i tre corpi precipitarono, superando il ciglio della roccia per sfracellarsi nelle rocce sottostanti a pelo d’acqua che accolsero quel tributo di carne e di orgoglio con un sordo boato.
​Da quel giorno, l’antica chiesa di San Sebastiano smise di ospitare i fasti dell’aristocrazia, divenendo un monumento al silenzio. E quel tratto di fiume, specchio d’acqua che inghiottì i sogni e i gioielli di una fanciulla sovrana, prese il nome immortale, di “Sa Piscina de sa Sposa”.


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